Visualizzazione post con etichetta Alberto Losano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Alberto Losano. Mostra tutti i post

lunedì 11 giugno 2012

L'Agnese va a morire

Agnese è una vecchia lavandaia , con un marito invalido che fa l’impagliatore. Ospita un soldato che sta cercando di tornare a casa, illudendosi che la guerra sia finita.
I tedeschi cercano i disertori. Agnese aiuta il soldato a nascondersi, ma i tedeschi arrestano il marito Palita.
Agnese dispera ormai di rivedere vivo il marito e decide di collaborare con i partigiani per odio contro i tedeschi.
Agnese accetta di trasportare un pacco di esplosivi per conto di un gruppo di partigiani. Arrivata, in bicicletta, nella piazza di un paese vicino, assiste allo scempio del cadavere di un partigiano impiccato dai nazifascisti.
Un ragazzo, sfuggito alla deportazione, racconta ad Agnese che suo marito è morto di febbre e di stenti durante il viaggio di deportazione, su un vagone per il bestiame insieme ad un gruppo di ebrei  italiani.
Agnese accetta di custodire in casa una radiotrasmittente rotta, che i partigiani vogliono far riparare per comunicare con gli americani, ma ha paura che le sue vicine facciano la spia con i tedeschi e manda un partigiano a minacciarle con la pistola.
I tedeschi si stabiliscono nel cascinale e uno di loro ammazza la gatta di Agnese. Per vendicarsi Agnese afferra un mitra e colpisce sulla testa il tedesco mezzo ubriaco. Fuggendo di casa Agnese fa in tempo ad assistere alla rappresaglia: i tedeschi danno fuoco alla cascina e se la prendono anche con le vicine. Raggiunto il comando dei partigiani sul fiume scappa con loro in barca.
Nell’accampamento partigiano sul fiume Agnese fa la cuoca e intanto viene a conoscenza di particolari raccapriccianti della morte delle sue vicine: la più giovane, incinta, viene sventrata con una baionetta.
Dopo qualche giorno arriva all’accampamento anche Rina, una giovane staffetta, la cui famiglia è stata torturata e sterminata dai tedeschi per colpa di una spia fascista ( il figlio del segretario ).
Tom, il fidanzato di Rina, organizza la cattura del fascista e poi lo uccide nel canneto.
Tom e Rina vengono sposati dal comandante dei partigiani.
I tedeschi scoprono l’accampamento partigiano e costringono il gruppo di Agnese alla fuga appiccando il fuoco alle baracche. Agnese e Rina perdono tempo per recuperare le provviste e vengono catturate dai tedeschi. Rina riesce a scappare, Agnese verrà rilasciata più tardi spergiurando di non essere una partigiana.
Agnese trova rifugio nella casa di Walter, in un paese vicino a Comacchio. La casa però è distrutta dai bombardamenti alleati  e lo stesso Walter è catturato dai fascisti. Agnese è costretta a rifugiarsi nella caserma dei suoi vecchi compagni.
Il comandante organizza una spedizione per liberare Walter e altri prigionieri dei fascisti: la spedizione riesce, la brigata fascista viene sterminata e Walter portato via dai compagni coi piedi rotti dalle torture.
Gli alleati rimandano alla primavera successiva l’attacco finale. Intanto Agnese viene catturata da tre tedeschi, ma subito liberata da Clinto che li uccide.
Durante il lungo inverno, i partigiani continuano la loro lotta clandestina contro i tedeschi, che reagiscono duramente non esitando in alcuni casi a sterminare interi villaggi, compresi vecchi, donne e bambini.
Durante l’inverno le “ valli “ congelano; i partigiani cercano di abbandonare il loro rifugio per passare sul fronte alleato, ma la loro guida si perde nella notte di fronte ad un campo minato  e la mattina si ritrovano al punto di partenza.
Scovati dai tedeschi, tentano una sortita disperata, ma muoiono quasi tutti sotto il fuoco dei tedeschi e degli aerei inglesi. I pochi sopravvissuti vanno da Agnese, ma il comandante le ordina di aggregarsi ad un’altra banda partigiana.
Durante una missione come tante altre viene catturata dai tedeschi nel corso di un rastrellamento; il maresciallo la riconosce e le spara in faccia.

sabato 3 dicembre 2011

Il vizio del gioco


Erano le diciannove e trenta minuti e per  Duncan si concludeva una lunga e faticosa giornata di lavoro, aggravata in più dal fatto che poche ore prima aveva avuto una brutta litigata con Omar, il panettiere, che accusa Duncan di rubargli i clienti. Duncan, infatti, lavorava nel supermercato di fronte alla panetteria di Omar proprio nel reparto con i suoi stessi articoli, ma a differenza sua era molto più affabile e sapeva attirarsi i clienti.

Il mattino seguente, il proprietario del supermercato, dopo circa mezz’ora dall’apertura, insospettito dall’insolito ritardo di Duncan cerca di rintracciarlo ma inutilmente … Duncan non risponde. Dopo aver cercato di richiamarlo per un po’ di volte inizia a chiedere informazioni ai colleghi di Duncan e quindi ai suoi commessi.
La maggior parte di loro afferma di non sapere nulla ma un piccolo gruppetto gli conferma di averlo visto litigare, la sera precedente, con Omar con insulti molto pesanti e qualche spintone. In seguito il datore di lavoro si precipita alla stazione di polizia di Memphis per denunciare l’accaduto e segnalare Omar al commissario.
Questi invia immediatamente un gruppo di poliziotti nella casa di Duncan, una villetta bifamiliare coabitata da una coppia di anziani. Arrivati sul luogo i poliziotti suonano ripetutamente alla porta, ed ecco che dal balcone del piano superiore si affaccia un vecchietto che dice loro di smettere di suonare perché Duncan non è in casa visto che la sera non è tornato.
Decidono cosi di scassinare la porta di ingresso ma, come previsto, nell’appartamento non c’è nessuno.
Le parole del vecchietto hanno conferma visto che il letto non è sfatto ed è tutto in perfetto ordine. Trovano però un indizio utile: un biglietto d’ingresso al casinò di New Orleans .
Salgono al piano di sopra per interrogare la coppia di anziani, e l’agente Edward Jefferson, che guida la spedizione, inizia a fare delle domande: ”Quando è stata l’ultima volta che avete visto il signor Duncan?”
Il vecchietto rispose: ”Ieri mattina, verso le otto, come al solito si sveglia mettendo in moto la sua macchina sgangherata “
Edward: ”Sapete qualcosa riguardo al casinò di New Orleans, Duncan non ne parlava mai?”
Subito il vecchietto rispose negativamente ma poi la moglie intervenne: ”Da un po’ di tempo a questa parte, circa tre settimane, degli uomini in smoking lo venivano a prendere puntualmente ogni sera con della macchine sportive.”
Per Edward questo poteva bastare, saluta gli anziani e con i suoi uomini torna alla centrale. Appena Edward appoggia il suo sedere sulla poltrona comoda del suo ufficio, non fece in tempo ad accendere una sigaretta che subito gli arrivò una telefonata.
Al telefono la voce spaventata di un ragazzo molto giovane: ”Ero qui ad allenarmi come faccio ogni mattina, da un po’ di mesi, per perdere peso lungo le rive del fiume Mississipi quando , a causa di una fitta alla pancia mi accorsi che dovevo urinare. Cercai allora un posto un po’ nascosto e mi trovai di fronte l’agghiacciante immagine di un cadavere riverso a terra in una pozza di sangue con un colpo di arma da fuoco alla testa, sono terrorizzato, venite subito”.
Tre volanti si fiondarono nel luogo segnalato … non vi erano dubbi: occhi chiari, capelli   arancioni e lentiggini, abito elegante; si trattava proprio del corpo di Duncan.
Intanto alla centrale l’agente Steve stava interrogando Omar che continuava a giurare e spergiurare di non centrare nulla con l’accaduto: ”È vero, non mi è mai stato simpatico e ci litigavo spesso ma, non sono io l’assassino e non l’avrei mai ucciso.”
Sul luogo del delitto intanto, cominciano le indagini con gli uomini della scientifica, ma tutto per fortuna si risolve nell’arco di poco tempo, visto che, poco più in là del cadavere, viene rinvenuta la pistola.
Duncan era stato ucciso con un colpo di pistola alla testa, però, il proiettile non si fermò nel cranio e fuoriuscì. Le impronte rilevate sulla pistola non appartenevano a Omar, bensì al proprietario del casinò .
Omar  fu scagionato e al suo posto fu arrestato Orazio La Spezia,  il proprietario del casinò.


Steve iniziò a interrogare Orazio che era seduto su una sedia di ferro con molte luci puntate e degli appositi apparecchi che registravano la conversazione. Orazio estrasse  dal  suo giubbotto una sigaretta e cominciò a fumare.
Steve: ”Non puoi negare, la pistola è intestata  a te, le impronte sono tue, la domanda da porsi è perché, perché lo hai fatto.”
Orazio rispose: ”Quel picciotto mi doveva dei soldi, non era molto fortunato e perdeva sempre, così finiti i soldi, preso dal gioco, si indebitò con me; ma poi sapendo che non mi poteva più restituire i soldi è sparito per un po’ di tempo, così uscito dal lavoro lo abbiamo preso, gli abbiamo sparato e lo abbiamo portato sulla riva del fiume.”
Orazio fece i nomi di una decina di uomini che avevano collaborato nell’ omicidio.
Vennero tutti arrestati, il casinò chiuso e il caso concluso.



domenica 30 ottobre 2011

L'agente Harrison e la banda degli Sharks. Episodio 16


Il figlio del cuoco.


Tra i ragazzi catturati e condotti al Dipartimento di polizia di  Los Angeles c’era anche Tony, il figlio di Alfred, il cuoco proprietario del ristorante.
Tony era seduto e legato ad una sedia di ferro e quando Harrison e il suo assistente entrarono nella sala lui diventò bianco come un fantasma.
Ecco che l’assistente di Harrison, Steve, gli pone una serie di domande ma lui non risponde perché vuole dimostrare di essere fedele alla banda degli Sharks, in cui è entrato da poco. Rispose negativamente ad una sola domanda:  “Hai ucciso tu Josè?”.
Gli richiesero ancora due volte le stesse cose e lui non rispose; allora Steve si innervosì e gli mise un bicchiere di vetro in bocca e poi gli tirò un pugno che frantumò il bicchiere nella bocca di Tony.
Tony aveva tutta la bocca tagliata e sanguinante ma si ostinava a non rispondere e quindi Steve prese due fili elettrici e cominciò a farli toccare l’uno con l’altro per fare delle grosse scintille che avrebbero sicuramente spaventato Tony: se così non fosse stato lo avrebbe folgorato alla gamba.
Ma Tony alla vista dei fili si spaventò e cominciò a rispondere a tutte le domande e confessò anche di far parte della banda degli Sharks.

domenica 13 marzo 2011

Alieno!!!

Non so con esattezza cosa mi sia accaduto o come sono arrivato fin qui, ma i miei ultimi ricordi risalgono a poco tempo fa. Mi ricordo che stavo scendendo le scale di un parco vicino a casa mia e poi boh……. Ho perso l’equilibrio e sono caduto e la mia vista si offuscò e non vidi più nulla.
Subito dopo mi alzai e in soccorso arrivarono due creature bizzarre con gli occhi verdi, la testa tonda e un corpo magrolino.
Alla loro vista iniziai ad urlare e scappai verso casa mia per dire ai miei che avevo visto due alieni. Ma casa mia sembrava cambiata: la multipla di mio padre si era trasformata in una navicella sospesa nell’aria, i miei cani erano delle specie di orsi con i peli spugnosi. Ma appena bussai vidi al posto dei miei due esseri a me sconosciuti che dicevano di essere i miei genitori. Subito dopo scappai.
Tutto era cambiato ma appena lasciai Scalenghe tutto mi pareva più normale. A Viotto le persone erano normali e tutti mi guardavano in modo strano. Arrivai a casa di Giovanni, bussai alla porta e mi aprì un essere grassottello baffuto e verde. Gli chiesi:- “Mi sono stufato! Se questo è uno scherzo dimmelo ora!” Poi aggiunsi:- "Dov’è Giovanni?" e quell’essere mi disse con una voce spenta e un accento “alieno”:- "Sono io". Allora tirai i baffi per vedere se era una maschera ma la testa mi rimase in mano. Non era una maschera. Subito dopo sentii le sirene della polizia arrivare.
Mi dissero:- "Alieno! Arrenditi ed esci con le mani alzate, sei accusato di omicidio". Uscii con le mani alzate e loro mi arrestarono e mi portarono in prigione. Dopo il processo mi misero in cella e dissero che mi avrebbero giustiziato. Tentai di scappare e quasi subito sentii un brivido freddo che mi attraversava il corpo.
Mi svegliai con la testa sotto l’acqua: ero svenuto per la forte botta e per fortuna quello era solo un brutto incubo.


Alberto Losano