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domenica 27 novembre 2011

Suicidio Misterioso


Era un piovoso pomeriggio di novembre. Tania Wilson stava passeggiando per le noiose vie di Londra, sotto un ombrellino color cenere. Pensava alla lettera che le era arrivata pochi giorni prima da una sua cara amica. Il contenuto l’aveva davvero sconcertata.

15 Novembre 1980, Cardiff
Cara Tania,
Ti scrivo per informarti che sto per uccidermi. Non voglio che tu ti spaventi. Ho un buon motivo. Ma, vedi, non voglio dirtelo ora. Sarebbe troppo complicato da spiegare. Segui le istruzioni scritte nell’altro foglio e capirai tutto. Sei stata la migliore amica del mondo.
Con affetto, Olivia

Tania aveva paura. Ma qualcosa dentro di lei le diceva di andare avanti. Il foglio allegato alla lettera di Olivia diceva: “Prendi il treno delle 17:00 alla Railway Station. Il biglietto è nella busta”. Tania si sedette sulla panchina della stazione e aspettò, tenendo in mano il biglietto. Il nome della destinazione era stato cancellato. Preoccupata, si diresse verso il banco delle informazioni e chiese dove era diretto il treno delle 17:00. La signora rise.
“Mi dispiace, signorina, ma nessun treno passa alle 17:00. Il prossimo è alle 17:30”
Tania guardò l’orologio. Erano le 16:45 e un treno era appena partito. Sconcertata, ritornò alla panchina. Pensò di ritornare indietro e dimenticare questa storia, eppure, alle 17:00 in punto, un treno si fermò alla stazione. Era un treno nero, il cui fumo avvolse l’intera stazione. Di colpo, intorno a lei le persone scomparvero come fantasmi. Le porte del treno si aprirono, ma non uscì nessuno. Si udì il suono distante della campana e la voce del capostazione dire: “In carrozza! In carrozza!”. Eppure, Tania non lo vedeva. Deglutì e, senza pensarci troppo, salì svelta sul treno, entrando nel primo scompartimento che vide. La locomotiva fischiò e il treno partì, verso una meta sconosciuta.

Tania scostò le tende per vedere fuori dal finestrino, ma i vetri erano oscurati. La ragazza sospirò. Il suo cuore batteva a mille per la paura, ma oramai era troppo tardi per tornare indietro. Si appoggiò al sedile che, stranamente, era molto comodo, e osservò il vaso di papaveri sul tavolino davanti a sé. Benché quel treno fosse tremendamente spaventoso, doveva ammettere che l’arredamento era di un certo livello. Lo scompartimento in cui era entrata non era molto grande, ma l’atmosfera era piacevole. C’erano sei comodi sedili, un tavolino, un finestrino e un vaso di papaveri rossi. Stava quasi per appisolarsi, quando un uomo entrò nello scompartimento.
“Biglietto, prego”.
Tania lo osservò. Era un uomo robusto con addosso un uniforme blu. Il cappello gli oscurava il viso, conferendogli un’aria spettale. La ragazza gli porse il biglietto e lui lo pinzò.
“Si goda il viaggio...” aggiunse l’uomo, uscendo dallo scompartimento.
Tania avrebbe tanto voluto sapere dove stava andando quel treno. Ma non c’era bisogno di preoccuparsi troppo. Quel posto era così...rilassante....
.....
“....Ma....Dove sono? Che mi è successo?”
Il treno era fermo. Lo scompartimento era buio. Non c’era più la luce del sole che filtrava dal finestrino oscurato. Era notte. Si era addormentata. Ma come aveva fatto a non sentire il treno che si  fermava? Non era stato un sonno naturale. Il suo sguardo cadde sul vaso di papaveri. Ora capiva. Era stata colpa loro e del loro potere soporifero. Probabilmente erano stati messi lì apposta.

Tania recuperò il suo ombrello e scese dal treno, senza farselo ripetere due volte. Non era in una stazione. Era di fronte a un bar, in mezzo alla campagna. Quando si voltò, il treno non c’era più. Un brivido le percorse la schiena. Il foglio delle istruzioni di Olivia diceva solamente “Entra”. Tania si strinse nel suo impermeabile e respirò profondamente l’aria umida. Il bar era vuoto. Un pianista suonava malinconicamente e il barista puliva i bicchieri. Tania, incerta sul da farsi, consultò il foglio.

“Ordina un cappuccino”.

Mentre Tania era seduta al tavolo di fronte alla sua tazza fumante chiese al barista:
“Posso sapere dove mi trovo?”
“È talmente tanto tempo che sono rinchiuso qui a fare la stessa cosa che non mi ricordo più nemmeno io”
“Sa, non mi è d’aiuto”
“La vita è piena di delusioni”
Tania non disse più  niente. Sembrava che tutti si fossero messi d’accordo per farla rimanere all’oscuro di qualcosa. Era stato uno sbaglio partire. Quando finì il cappuccino, notò un particolare davvero strano. In fondo alla tazza c’era un foglietto ripiegato imbevuto di caffè. Tania lo prese e lo aprì.

“L’assassino giocava nel prato, il ragazzino saltellava beato, uno in mano aveva il coltello, l’altro aveva un fiore all’occhiello, il tramonto sorrideva, l’alba di sangue si tingeva”.

Il suo cuore perse un battito. Quella filastrocca gliela cantava sempre Olivia per farla spaventare. Quelle parole apparentemente senza senso nascondevano un significato crudele. Due amici improbabili, un assassino e un ragazzo, giocano in un prato, ancora bambini. Crescono insieme e, a un certo punto, il ragazzo decide di sposarsi e si prepara per il giorno dopo. Ma, mentre alla sera lui e l’assassino ridono e scherzano, all’alba del giorno delle nozze il ragazzo è morto, ucciso dall’amico.
Un orribile capogiro la travolse. Cosa significava tutto questo? Perché Olivia voleva farle fare questo spaventoso viaggio? Voleva farle capire qualcosa, sicuramente. Un pensiero raccapricciante le attraversò la mente, ma lei lo cacciò via, infilando il foglio bagnato di caffè in tasca e uscendo da quel posto che le faceva accapponare la pelle. Tania continuava a pensare che sarebbe dovuta restare a casa, insieme al suo gatto Napoleone. Che cosa l’aveva spinta a partire? Semplicemente voleva sapere perché l’amica si era uccisa. E l’indizio che aveva appena trovato non l’aveva aiutata a tranquillizzarsi. Si sentiva un macigno sullo stomaco. Il suo viso grondava sudore. Prese con mano tremante il foglio delle istruzioni e lesse il prossimo passo.

“Spero di averti aiutato a capire qualcosa....se vuoi tutta la verità, vai nel retro del bar e apri l’armadietto numero 018. Troverai cinque penny e un foglietto. Non leggere il foglietto. Aspetta fuori dal bar finché non si ferma un taxi. Dagli i cinque penny e mostragli il foglietto. Ti porterà nel luogo dove mi sono uccisa. E da lì dovrai cavartela da sola. Se hai troppa paura aspetta fino alle 23:00. Il treno ti riporterà a Londra.”

Il foglio terminava con queste parole. Tania accartocciò il foglio e lo gettò per terra. Di colpo la scrittura di Olivia le dava fastidio. Corse dietro al bar e aprì una porticina. Si ritrovò in una stanza che odorava di muffa, con cinque armadietti color verde militare allineati sulla sinistra. Tania cercò il numero 018 e lo aprì con facilità. Prese i cinque penny e il foglietto e uscì, aspettando il taxi che le avrebbe svelato la verità. Per un attimo fu tentata di rinunciare. Preferiva non sapere perché Olivia si era suicidata. Forse avrebbe dovuto ritornare a casa. Fece tintinnare i cinque penny nella mano. Il foglietto era impolverato, ripiegato moltissime volte. Senza che se ne accorgesse, il tempo passò alla velocità della luce, e il clacson del taxi la risvegliò dai suoi pensieri. Tania non sapeva cosa fare. Avrebbe tanto voluto porre fine a tutto, ma la curiosità era troppo forte. “So già che me ne pentirò”.

Il tassista aveva la stessa aria spettrale del controllore sul treno. Il cappello che portava gli oscurava il viso. Tania si sedette sul sedile posteriore e gli porse i cinque penny e il foglietto. Lui lo lesse, sorrise e partì. La campagna che scorreva nel finestrino le ricordava quella gallese, e questo fu l’unico fatto normale della giornata. Oliva abitava a Cardiff, quindi, se doveva essersi suicidata in un posto diverso da casa sua, non poteva essere molto lontano dalla città.
Il taxi si fermò davanti al cancello di una villa. Tania avrebbe voluto dire al tassista di tornare indietro, di riportarla a casa. Non voleva entrare lì dentro. Ma il taxi si allontanò prima che lei potesse parlare, lasciando una scia di polvere. Tania fece un lungo sospiro, si strinse nell’impermeabile ed entrò nel giardino della villa. Chissà perché Olivia aveva scelto un posto così per uccidersi. Sapeva che l’amica apparteneva a una famiglia di nobili origini e che quasi tutte le ville della campagna gallese erano di sua proprietà, ma non riusciva comunque a raccapezzarsi.
Le stanze della villa erano innumerevoli. Chissà in quale di quelle avrebbe trovato il corpo dell’amica. Giunse in una specie di sala da tè. C’erano cinque tavolini rotondi con una teiera e quattro tazzine ciascuno. Le tende gialle conferivano un’atmosfera molto inglese. Tania passeggiò nella stanza immaginandosi a bere un tè insieme alla regina, indossando un cappello stravagante, quando, di colpo, si bloccò con un’espressione inorridita sul volto. La sua amica Olivia giaceva sotto un tavolino con un coltello piantato nel ventre, in un lago di sangue.
Tania indietreggiò. Gli occhi le pizzicavano.
“....Perché l’hai fatto....Perché.....”
Un altro terribile capogiro la assalì. Si appoggiò a una sedia e si sedette. Voleva chiudere gli occhi, smettere di guardare, ma non riusciva a distogliere lo sguardo dal cadavere. Tania si sentiva male. Non voleva avvicinarsi a Olivia, ma dovette farlo, perché notò che le sue mani stringevano un foglietto. Tremando, lo prese e, piangendo, lo lesse.

“Eccoti qua, finalmente mi hai trovato. Devi volermi molto bene se sei arrivata fin qui. Ora posso dirti il perché del mio suicidio. Sai, è complicato. Non volevo scrivertelo nella lettera per un semplice motivo. Sapendolo, non saresti venuta fin qua, non avresti trovato il mio corpo, saresti rimasta a casa tua con Napoleone. Pensandoci, avresti potuto farlo lo stesso. Ma, conoscendoti, non l’avresti fatto. Infatti sei qua. Non voglio perdermi in chiacchiere, quindi ti spiego tutto. Sai, il colpevole è una persona che conosci molto bene.... Ti ricordi la filastrocca dell’assassino che ti faceva sempre spaventare? Beh, devo dire che in qualche strano modo mi sento come il ragazzo. E, toh, guarda che coincidenza, qualche anno fa mi è capitata la stessa cosa che è capitata a lui, più o meno. Non nel senso che sono stata uccisa, nel senso che Alvin ha chiesto di sposarmi. Lo conosci Alvin vero? È lo stesso ragazzo che, per uno strano motivo, mi ha lasciato il giorno prima del nostro matrimonio. Non che ci sia rimasta male. Poi, qualche settimana fa, ho scoperto finalmente il perché della sua improvvisa decisione. Una certa Tania Wilson lo aveva convinto a lasciarmi perché, secondo lei, non era l’uomo giusto per me. Una certa Tania Wilson ha dato retta ai capricci di sua sorella che voleva sposarlo, e, grazie a lei, c’è riuscita. Una certa Tania Wilson avrebbe dovuto pensare alla gioia della sua amica Olivia invece che all’invidia di sua sorella. Una certa Tania Wilson mi ha pugnalato alle spalle. Al solo pensiero che la mia migliore amica mi avesse fatto questo, non ho retto più. Non volevo più essere amica di una persona così falsa. Tutta la mia felicità è andata persa, e non vale più la pena di vivere nel dolore. Bene, addio, allora. Spero che tu ti senta in colpa.
Grazie, amica.”

Tania lasciò cadere il foglio. Si mise le mani sul viso e indietreggiò, spaventata.
“Sono....è colpa.....solo mia!!!”
Si mise a correre, cercando l’uscita, cercando la via per fuggire da quel luogo, cercando di tornare a casa sua. Le lacrime la rendevano cieca, correva senza sapere dove andava, seguiva la paura, i sensi di colpa la tormentavano. Si perse nel labirinto delle stanze, non riusciva a uscire dalla villa. Finché, improvvisamente, vide una luce provenire dal portone aperto. Corse verso il sole, ma i suoi passi erano sempre più pesanti, il portone si allontanava. La luce invase il corridoio e l’accecò....

DRRRRRRRRRRRRRRIIIIIIIIIIIINNNNNNN!!!!!!!!!!!!

Il trillo fastidioso pervase la mente di Tania. Il miagolio di Napoleone, la macchina del caffè che si attivava, un fringuello che cinguettava....
Tania aprì gli occhi. Era nella sua camera. Fuori aveva smesso di piovere. Era mattina.
Era stato un sogno. Solo un sogno. Non era mai salita su spaventosi treni, non aveva mai bevuto cappuccini in bar sperduti, non era mai entrata in ville paurose, ma, soprattutto, non aveva ricevuto nessuna lettera, non aveva nessuna sorella innamorata del marito di Olivia, e Olivia non si era suicidata per colpa sua. Tania rise. Incubi assurdi, capogiri, macigni sullo stomaco....chiari segni di un’indigestione. Napoleone continuava a miagolare.
“Sì, lo so, hai fame!” 

martedì 25 ottobre 2011

L'agente Harrison e la banda degli Sharks. Episodio 5

Un lampione straordinario.

Harrison uscì dal ristorante. Erano le nove di sera. L’aria era nebbiosa, difficile da respirare. Le luci dei lampioni erano pallide, la luna era invisibile. Si mise le mani in tasca, camminando lentamente davanti all’ingresso, incerto sul da farsi. Era sicuro che il primo passo fosse identificare i componenti della banda degli Sharks. Prese il suo walkie - talkie e lo accese. Nessun messaggio.
“Qui agente 76. Messaggio per reparto identikit. Mi servono informazioni su una banda di ricattatori, i cosiddetti Sharks. Sono in perlustrazione del quartiere, appena possibile contattatemi. Passo e chiudo”.
Si calcò il cappello sul viso e salì sul motorino giallo parcheggiato malamente. Il ronzio del motore squarciava il silenzio ovattato che avvolgeva le strade. I vicoli più stretti erano preda del buio, le vie deserte parevano l’immagine di una città fantasma. Il quartiere intero era addormentato, ma quel sonno profondo nascondeva un assassino. Harrison cercava qualcosa, ma non sapeva cosa. Una stranezza, un dettaglio particolare.....un indizio, di qualunque genere.
Sapeva per esperienza che le bande erano difficili da beccare, la strada era la loro casa, sapevano correre, nascondersi. Erano veloci e furbi come gatti randagi. Volevano farsi cercare, ma non si facevano trovare. Erano figli della notte, facevano parte della città, i muri e i tetti erano loro fratelli.
Nella sua tasca si udì un BIP BIP! Harrison accostò a un marciapiede ed estrasse il walkie talkie.
“Qui reparto identikit. Messaggio per agente 76. Abbiamo l’indirizzo del luogo dove gli Sharks hanno operato l’ultima volta. Via Jamie Hampson numero 129. Rimanga in attesa di altre informazioni. Passo e chiudo”.
Bene, ottima notizia. Conosceva Via Jamie Hampson per i suoi numerosi ristoranti di classe. Aveva una pista. Accelerò vigorosamente, diretto verso la sua meta.
Quando svoltò l’ultima curva, frenò bruscamente. Era abituato a vedere quella via sotto un’altra prospettiva. Colorata, gioiosa, piena di vita. Adesso vedeva solo un’interminabile strada grigia, illuminata dalla luce spettrale e soffusa dalla nebbia di un solo lampione. Tirò un sospiro e andò avanti, cercando il numero 129. Il numero 128 apparteneva a un negozietto di bigiotteria, e l’edificio seguente era un ristorante di lusso. Proprio come immaginava. Appoggiò il motorino al lampione che, stranamente, era esattamente in mezzo ai due edifici e si avviò verso le scale che portavano all’ingresso. Salito il primo scalino, si bloccò. Lesse il numero sulla mattonella di ceramica appesa accanto alla porta. 130. No. Impossibile. Doveva esserci un errore. Forse aveva letto male il numero del negozietto di bigiotteria. Eppure, la mattonella precedente diceva proprio “128”. Perplesso, tornò al motorino, cercando il walkie talkie nella tasca per chiamare la centrale di polizia e dire che il reparto identikit aveva sbagliato a dargli l’indirizzo. Era assurdo. Il numero 129 era inesistente.
Bastarono cinque secondi e tre cifre per farlo ricredere. Una mattonella sbreccata appesa al lampione diceva “129”. Il walkie talkie gli cadde di mano. Ancora più impossibile. Ancora più assurdo. Il suo sguardo si spostò sulla pallida fiamma tremolante. Era indubbiamente un lampione di magnifica fattura, con arabeschi e sculture che lo decoravano. Ma in quarant’anni di vita a Los Angeles non lo aveva mai notato, forse perché di giorno non serviva. Spaventato, si avvicinò, cercando degli indizi. Uno dei vetri era rotto, e per terra c’erano ancora i frammenti. Estrasse dalla tasca interna del cappotto color ocra un vasetto di polvere bianca e uno spolverino. Non trovò una sola impronta su tutto il lampione. Si chiese per quale motivo gli Sharks avrebbero dovuto rompere il vetro di un lampione. Più che l’operato di una banda di ricattatori, sembrava la birichinata di qualche ragazzino.
Mentre Harrison rifletteva, si udì un altro BIP BIP! dalla sua tasca.
“Qui reparto identikit. Messaggio per agente 76. Novità? Passo”.
“Qui agente 76. Nulla di nuovo. Avete altre informazioni? Passo”.
“Abbiamo altri dati riguardo l’ultimo operato degli Sharks. È sul posto al momento? Passo”
“Sì, ma l’indirizzo che mi avete dato appartiene a un lampione. È normale? Passo”
“Sappiamo solo che la vittima del ricatto, la cosiddetta Angela Sullivan, era la proprietaria di una ditta che vendeva lampioni. Dopo varie minacce, la poveretta è stata costretta ad andarsene, abbandonando la ditta. In questo momento starà sorseggiando un tè da sua sorella a Edimburgo. Evidentemente il lampione di cui parla lei è stato fabbricato dalla sua ditta. La vecchia casa di Angela era poco distante da dove si trova lei. Se le può essere utile, abbiamo l’indirizzo. Via Jamie Hampson numero 145, quarto piano. Per il momento è tutto. Passo e chiudo”.
Harrison rimase con lo sguardo fisso sul lampione. Possibile che quell’oggetto fosse talmente importante da attribuirgli un numero civico? Evidentemente sì. Cercò di ricostruire l’avvenimento in base a quello che sapeva. Angela Sullivan vendeva lampioni in una ricca ditta. Gli Sharks la ricattavano da tempo, ma lei non voleva saperne di pagare. Le minacce andavano avanti, finché lei ha deciso di andarsene da sua sorella a Edimburgo, abbandonando la ditta. Il lampione di Via Jamie Hampson doveva essere molto importante per Angela, tant’è che gli Sharks hanno deciso di romperlo. Quella doveva essere stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso. Dopo quell’ultima minaccia, Angela ha deciso di partire. Mancavano ancora vari pezzi, ma la storia doveva essere stata questa.
Dato che non aveva niente di meglio da fare, decise di andare a dare un’occhiata alla vecchia casa di Angela. Risalì sul motorino e guardò l’orologio: 22:09.
Percorse lentamente la via, cercando il numero 145. Si augurò che l’indirizzo non fosse di nuovo una fregatura, ma non fu così. Il numero 145 era un palazzo alto e striminzito, schiacciato tra un ristorante e una libreria. Si avvicinò al citofono. C’erano cinque campanelli, ma nessuno apparteneva a un cognome. Quel condominio era completamente disabitato. La porta era chiusa, ma non ci volle molto per aprirla con il passepartout. I cardini cigolarono. Harrison accese l’accendino per fare luce. Da una parte si vedevano le scale e dall’altra c’era un ascensore, ma era spento.
Salì velocemente le scale fino al quarto piano. Sempre con il passepartout aprì la porta. Dell’appartamento non restava molto, solo un divano, un tavolo e qualche mobile. Harrison entrò, e si mise a cercare una candela. La trovò nella camera da letto, o meglio, quel che ne restava. Ad arredarla c’erano solo una scrivania vuota e un letto senza materasso. Si accese una sigaretta e si appoggiò alla scrivania, ragionando sul prossimo passo. Il suo sguardo cadde su un libro sgualcito per terra. Lo raccolse e lo aprì. La scrittura non era quella di un libro stampato, sembrava che fosse stato scritto manualmente. Era indubbiamente una scrittura femminile. Era un diario. Il diario di Angela Sullivan.
Harrison prese una delle ultime lettere e la lesse.

Caro Diario,                                                                                                                                              Mercoledì 23 Novembre
Ore 19:45
Oggi ho realizzato il mio sogno. Finalmente la mia opera è finita. È il più bel lampione che io abbia mai creato. Domani andrò dal sindaco e gli esporrò la mia idea. Via Jamie Hampson sarà famosa in tutto il mondo. Spero che accetti.

Angela si riferiva sicuramente al lampione arabescato con il numero 129. L’idea da esporre al sindaco era quella di rendere la sua opera un monumento pubblico, e di valorizzarla attribuendogli un numero civico, attirando il mondo intero su Via Jamie Hampson.
La data risaliva solamente a qualche settimana prima. Ecco perché non aveva mai visto quel lampione. Incuriosito, lesse l’ultima lettera.

Caro Diario,                                                                                                                                                        Sabato 3 Dicembre
Ore 14:57
Ho paura. Mi perseguitano. Vogliono i miei soldi. Dopo che il mio lampione è diventato un monumento famoso, una banda di ricattatori non mi molla. Si chiamano Sharks. Sono dieci. Hanno assunto da poco un nuovo membro, è giovane, ma non sono ancora riuscita a vederlo. Ho visto invece altri due. Sono orribili, uno è rasato ed è coperto di tatuaggi, l’altro ha nove piercing, di cui sette solo sul viso, ha i capelli lunghi e i denti cariati. Sono loro che mi minacciano. Dicono che se non gli do i soldi mi accadrà qualcosa di brutto, ma io non voglio cedere. Ho cominciato invece a pensare di andarmene, ho già telefonato a Meg. Non voglio più stare qui. Ho lasciato la mia impronta nella storia e questo mi basta.
Ore 23:13
Basta, ho deciso. Me ne vado. Quei maledetti hanno rovinato il lavoro di una vita. Hanno rotto il mio lampione con un sasso. Sul sasso c’era scritto “È il nostro ultimo avvertimento”. Ma piuttosto che arrendermi preferisco andarmene, e dimenticare questa storia. Ho il volo prenotato per domani mattina. Addio, caro diario, ti abbandono qui, nella mia futura vecchia camera, con la speranza che, un giorno, qualcuno ti trovi e capisca che cosa ho passato. 

Povera Angela. La sigaretta si spense. Harrison buttò il mozzicone fumante per terra e lo calpestò. Quel diario rappresentava un indizio più che consistente per identificare almeno due dei componenti della banda. Lo infilò sotto il cappotto e si diresse verso la porta. Spense la candela e la lasciò sul tavolo della cucina. Scese le scale e raggiunse il motorino. Guardò l’orologio: 22:59. Perfetto. Era ancora in tempo per raggiungere la centrale, depositare il diario al reparto identikit e tornare a casa in tempo per guardare l’ultima puntata della sua serie preferita.
Accese il motore, estraendo il walkie talkie dalla tasca. Un ultimo messaggio volò dall’altra parte della città mentre un lampo color ocra attraversava le vie silenziose di Los Angeles, accompagnato da un ronzio che si perdeva nella nebbia.
“Qui agente 76. Messaggio per reparto identikit. Ho del lavoro per voi! Sto rientrando in centrale. Per oggi è tutto. Passo e chiudo”.

giovedì 22 settembre 2011

Italia: biografia di una nazione

La storia dello stato italiano si può far cominciare dalla rivoluzione francese, che scoppiò nel 1789. I principi che si diffondono in Europa a seguito della rivoluzione francese sono: libertà dalla monarchia assoluta, uguaglianza dei cittadini, fraternità e il diritto all’indipendenza delle nazioni.

Nel 1796 Napoleone scese in Italia e fondò la repubblica traspadana, la repubblica cispadana e la repubblica cisalpina, nata dall’unione delle prime due. La bandiera della repubblica cisalpina era l’attuale tricolore. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1815 si riunisce il congresso di Vienna e le cose ritornano com’erano prima della rivoluzione. Questo periodo viene chiamato Restaurazione.

L’Italia si divide in cinque stati principali:

  • il regno di Sardegna (Savoia, Torino) 
  • Lombardo - Veneto (Austria) 
  • Gran Ducato di Toscana (Firenze) 
  • Stato Pontificio (Roma) 
  • Regno delle due Sicilie (Borboni, Napoli)
A partire dal 1820 si organizzano in Italia i primi movimenti patriottici del Risorgimento. Gli obiettivi comuni dei patrioti italiani erano l’unità e l’indipendenza. I movimenti più importanti furono la Carboneria e la Giovine Italia fondata da Mazzini.
In seguito si affermarono due progetti fondamentali per l’Italia: la monarchia a suffragio limitato proposta da Cavour e la repubblica democratica proposta da Mazzini.


Nel 1860 ci fu la spedizione dei Mille condotta da Garibaldi. Garibaldi conquistò il Sud Italia e, pur essendo mazziniano, decise di consegnarlo al Piemonte, che aveva sconfitto l’Austria occupando buona parte del Nord. Nel 1861 nasce lo stato italiano sotto il primo re Vittorio Emanuele II. Nel 1870 anche Roma, la futura capitale, viene occupata dalle truppe piemontesi.

I problemi più gravi che l’Italia unita si trovò ad affrontare sono: la povertà dei contadini, l’emigrazione, il brigantaggio e i rapporti con la Chiesa che, privata dei suoi territori, non vuol riconoscere l’esistenza del nuovo stato italiano.

Nel 1912 Giolitti fa approvare il suffragio universale maschile. Ma nel 1922 ci fu la “marcia su Roma” dei fascisti: il fascismo prende il potere e l’Italia per 20 anni vive sotto la dittatura di Mussolini.


Il 25 aprile 1945 i nazifascisti vengono sconfitti dalla Resistenza partigiana. Il 2 giugno 1946 ci fu un referendum per decidere se l’Italia avesse dovuto rimanere una monarchia o diventare una repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne.

Vinse la repubblica e il primo gennaio 1948 entrò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.


domenica 13 marzo 2011

La Strega dei Temporali

Selena era una Strega dei Temporali, studentessa dell’Accademia per Giovani Streghe. Una delle tante, per capirci. La sua specialità erano i tornado di fulmini. Era una delle migliori studentesse di tutta l’Accademia, tuttavia non si sentiva felice. Avvertiva un vuoto dentro di sé, le mancava qualcosa.
Un giorno, Selena si svegliò con una voglia irrefrenabile di uscire. Erano appena le cinque del mattino, per cui nessuno l’avrebbe notata. Tutti quanti erano ancora nelle stanze a dormire e lei pareva l’unica sveglia in tutto l’istituto. Quando si trovò all’ingresso, prese uno dei cinquecento impermeabili appesi in ordine e uscì, senza far rumore. L’aria era umida e aleggiava una rada e fastidiosa nebbiolina. Di fronte a lei si stagliavano le Valli Infinite, oltre le quali si trovava Magiax, la città da dove lei proveniva. I suoi, non avendo il tempo di istruirla a dovere e di crescerla, l’avevano spedita in quell’Accademia alla prima occasione. 
Selena si incamminò verso le Valli Infinite, senza preoccuparsi della meta. Pian piano, l’istituto si allontanò e lei si ritrovò in mezzo a un’area brulla e incolta. Intorno a lei, solo la nebbia. Si era persa. Provò a girarsi indietro e a correre, ma nulla. L’Accademia non si vedeva e Selena si sentiva tremendamente sola. Decise di fermarsi. Il terreno sotto i suoi piedi era cambiato, ora c’erano rovi ricoperti di more e bacche. Ne mangiò qualcuna e poi si fermò a pensare. Era stata sciocca a lasciare l’Accademia senza prima avvisare qualcuno. Mentre rifletteva, vide in lontananza un puntino nero che avanzava verso di lei. Pian piano si definì sempre meglio e apparve la figura alta e snella di un’Elfa.
Aveva dei lunghissimi capelli neri e due bellissimi occhi color ghiaccio. Ansimava dalla fatica e Selena riuscì a distinguere poche parole.
- Vieni con me, Strega, ho avvertito la tua presenza e sono corsa per venire a prenderti. Ora, non fare domande e seguimi, ho un compito molto importante per te – disse severa l’Elfa.
Selena, stanca di rimanere lì seduta, accettò e prese per mano la donna. Quest’ultima chiuse gli occhi e i suoi piedi si sollevarono da terra. La Strega non si stupì, anche lei lo sapeva fare. In pochi minuti, stavano volando nella nebbia verso una destinazione sconosciuta.
- Mi chiamo Eveline – disse l’Elfa durante il viaggio. 
Dopo un lungo viaggio, le due atterrarono di fronte a una casupola sperduta nelle Valli Infinite. Eveline recitò alcune parole e sulla porta comparve un segno. Poi entrò, seguita da Selena.
La Strega vide davanti a sé un vecchio seduto su una sedia e intorno a lui altre Elfe come Eveline.
- Ecco mio Signore, la Strega dei Temporali – disse l’Elfa.
- Molto bene. Siediti, giovane Strega, ti spiegheremo ogni cosa – mormorò il vecchio.
Selena si sedette e ascoltò.
- Mi chiamo Hassan, sono uno dei Consiglieri della Regina Jasmine, colei che regna su di noi. Solo ieri ci è giunta una triste notizia. Il Diamante della Regina è stato rubato. Come tu sai, il Diamante è una preziosa pietra di rara bellezza, donata alla Regina dal Barone di Nios, suo fratello. È un oggetto di grande valore affettivo per la Regina. Abbiamo dei sospettati, tra cui Darker, l’acerrimo nemico della Regina. Questa notte, i nostri sospetti si sono rivelati fondati. Darker ci ha mandato una lettera in cui chiede un riscatto, il Diamante per il trono. Ci attende stasera al Cimitero. Noi non vogliamo cedere, per questo abbiamo bisogno di te. Darker è un Mago delle Tempeste, il più potente elemento che può aiutare gli incantesimi di un essere magico. Per contrastare il suo potere abbiamo pensato a un Mago o una Strega dello stesso elemento, per questo abbiamo scelto te. Una Strega dei Temporali non può fallire – concluse Hassan.
- Non mi sento pronta, non credo di riuscirci. Ho troppe responsabilità – rispose Selena.
Hassan parve deluso.
- Strega, la scelta è solo tua – mormorò Eveline.
Selena si alzò e fece per uscire.
- Mi dispiace – disse prima di chiudere la porta.
Una volta fuori, corse a perdifiato. La nebbia si era diradata un po’, in lontananza si scorgeva l’Accademia. Quando arrivò all’istituto, i suoi compagni stavano per svegliarsi. Si arrampicò lungo la facciata ed entrò nella stanza per mezzo della finestra. Si infilò nel letto e fece finta di dormire. Appena in tempo. La direttrice stava passando a svegliare tutti.
Selena rimase in camera sua tutto il giorno a pensare. Non sapeva come fare. Il destino del regno dipendeva da lei. Ma se avesse fallito? Darker non sembrava un maghetto da quattro soldi.
Giunse la sera. Selena aveva deciso. Mentre gli altri cenavano, si infilò nuovamente l’impermeabile e ripassò gli incantesimi più potenti. Poi uscì, nel buio della notte. Si incamminò verso il Cimitero, che si trovava poco più in là di Magiax. A mano a mano che si inoltrava nelle Valli Infinite, la paura cresceva. Sentiva il verso dei pipistrelli e dei gufi e le pareva che qualcuno la seguisse. Gli alberi parevano mani ossute che si tendevano verso di lei per afferrarla e la luna un grosso occhio che la spiava. In lontananza vide la luce rosso sangue della lanterna appesa all’ingresso del Cimitero. Si strinse nell’impermeabile e chiuse gli occhi. Corse più veloce che poteva senza pensare a nulla. Poi, ad un tratto, inciampò e cadde. Ma non c’erano sassi lì intorno. Sentì una risatina malefica.
- Chi sei? – chiese intimorita Selena.
Nulla. Solo il fruscio dell’erba. A Selena vennero i sudori freddi. Non pensava ad altro che a raggiungere il Cimitero. La luce spaventosa della lanterna ora le sembrava rassicurante.
Ci arrivò senza problemi, ma aveva comunque l’impressione che qualcuno la seguisse e la risatina malefica le risuonava nella testa.
Selena ora era di fronte all’arco di pietra al quale era appesa la lanterna che oscillava in modo inquietante. Gli alberi piantati all’interno del Cimitero erano completamente secchi e senza foglie, quasi morti. La stradina centrale era interrotta a volte da frammenti di ossa e si riuscivano a scorgere già alcune lapidi. Selena si incamminò lungo il viale. Si sentiva osservata da mille occhi, forse erano gli spiriti dei morti. Calciò un teschio per terra e udì ancora quella risatina che le raggelò il sangue nelle vene.
- Adesso basta! Esci fuori! – urlò la Strega.
 Da dietro un albero sbucò un folletto alto circa venti centimetri che ridacchiò ancora un po’ e mormorò saltellando:
- Sono Petalo, scusami se ti ho spaventata, ma perché sei qui? – chiese con una vocina minuta.
- Devo fare una cosa molto importante. Hai visto qualcuno entrare qui magari qualche minuto fa? – chiese Selena.
- Oh sì, c’erano una bellissima signora ben vestita seguita da un nonnetto e poi una sfilza di donne tutte uguali, con i capelli neri e un cappuccio. Ancora prima ho visto un uomo con i baffi e un lungo mantello. Che strano vero? Di solito la gente non viene a far visita ai loro cari a quest’ora... – disse Petalo.
- Grazie mille, davvero! A dopo! – lo salutò Selena correndo via.
Raggiunse una piccola radura lastricata, dove intravide Darker che stava ridendo sotto i baffi. La Regina Jasmine stava per timbrare il foglio con la conferma dell’incoronazione di Darker al posto suo. Le Elfe stavano a testa bassa e Hassan reggeva un cuscino con la corona.
- Fermi tutti! – urlò Selena.
Tutti sollevarono lo sguardo su di lei. Hassan sorrise.
- Come osi interrompere questa cerimonia! – la assalì Darker, creando un piccolo tornado che investì Selena e la scagliò contro un albero.
Ma la Strega dei Temporali si rialzò e, con un abile mossa, fece cadere dal cielo una saetta infuocata che Darker schivò.
- Pensi davvero di riuscire a battermi? – ridacchiò, allargando le braccia. Di colpo si sollevò un vento violentissimo, che sradicò gli alberi e che per poco non sollevò in aria Selena. Ma lei richiamò una nuvola enorme e nera, in poco tempo cominciò a cadere una pioggia corrosiva che placò un po’ il vento. Poi la pioggia diventò grandine, ma invece di soffrire Darker mise ancora più violenza nel vento, che si accanì contro Selena unendosi alla pioggia, in una vera e propria tempesta.
Ma Selena, che ne aveva abbastanza, provò a cimentarsi nella sua vera specialità. Le nuvole in alto cominciarono a roteare, risucchiando la bufera. Si formò un tornado enorme e spaventoso. Poi, dalle sue mani uscirono dei fulmini che si unirono al tornado, creando un vortice elettrico.
Darker cominciò a intimorirsi. Il tornado si mosse verso di lui, ma il Mago volle giocare un’ultima carta. Pronunciò parole arcane e, improvvisamente, il Cimitero venne inondato. L’acqua scorreva sotto i loro piedi, apparentemente innocua. Selena non riusciva a capire cosa avesse in mente Darker. Le sue mani si mossero e l’acqua cominciò a prendere la forma di una grande onda. Così, insieme a vento, tuoni e acqua, si potrebbe dire che si creò uno tsunami.
La massa di acqua si innalzò minacciosa sopra Selena, che, impotente, continuava a manovrare il tornado di fulmini. Eveline e Petalo, che stavano guardando, capirono che Selena aveva bisogno di aiuto.
Eveline lanciò un raggio verde contro l’onda e Petalo cercò di distrarre Darker, pizzicandolo e urlandogli nelle orecchie. Darker, non potendone più, si deconcentrò per staccare Petalo dalla sua gamba. In questo modo, però, l’onda era senza controllo, e poteva cadere addosso a chiunque. Il raggio laser di Eveline, però, la distrusse, e l’acqua tornò normale. Il tornado la risucchiò, potenziandosi ancora di più. Si formò così un tornado micidiale di vento, fulmini e acqua, che travolse Darker e lo uccise.
Il tornado si dissolse e tutto tornò alla normalità. Dal cielo cadde un’ultima saetta che atterrò nel bel mezzo della radura e fece comparire una lapide con su scritto: “ Qui Giace Lord Darker, Signore del Buio e del Male, Mago delle Tempeste, sconfitto da Selena, Strega dei Temporali”
La Regina Jasmine si avvicinò a Selena, ancora sconvolta, per ringraziarla. Hassan si precipitò a raccogliere il Diamante e lo consegnò alla Regina. Selena si avvicinò a Petalo e ad Eveline.
- Grazie, senza di voi non ce l’avrei mai fatta –
Da quel momento, Selena non avvertì più quel vuoto dentro di sé. Visse felice e senza pensieri, non più chiusa in sé stessa. Sapete perché? Perché aveva trovato degli amici su cui contare.

Linda Dellacroce