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martedì 6 dicembre 2011

Biblioteca di sangue.


«Buongiorno signor Willis, ho un caso da sottoporle.»
«Ehi, John, dica pure.»
«ANew Haven, all'università di Yale è stata uccisa Rebecca Baston, insegnante di scienze sociali,
trovata morta nella biblioteca della scuola, non so dirle a che ora sia stata uccisa, ma manderemo
con lei sul posto degli agenti e un dottore, buon lavoro signore.»
«Grazie, parto subito, può dire alla mia assistente di raggiungermi sul posto per le 14, arrivederci!».
Harry Willis uscì dal dipartimento, montò sul suo scooter e partì; non fumava da più di due ore, la cosa lo rendeva abbastanza nervoso, la sua ex moglie glielo diceva sempre che se continuava a fumare come un turco non avrebbe potuto più fermarsi nemmeno per un secondo, forse è per questo che l'aveva lasciato, oppure per il suo carattere troppo duro, oh cavolate, non c'è tempo per pensare a questo, c'è da risolvere un delitto.
Erano le 12 e un quarto, nell'università non si sentiva una mosca, nessuno, i corridoi vuoti, le classi vuote, tutto in silenzio, tranne nella biblioteca, Willis entrò, tutti i presenti si accorsero di lui e si zittirono all'improvviso, lo salutarono calorosamente e si sedettero accanto alla finestra, bisbigliando tra di loro.
«Allora, volete uscire, non posso osservare e capire con questo brusio, uscite, su, ma non andatevene perché dopo avrò bisogno di farvi qualche domanda.»
Uscirono tutti, finalmente un po' di silenzio anche nella biblioteca, Willis proseguì fra gli scaffali di libri, si fermò, reparto dei romanzi, una donna bionda e minuta era stesa a terra, un buco nella tempia sinistra, sarà di certo un colpo di pistola, gli occhi aperti e verdi erano inquietanti, la osservò per bene e notò che sotto la sua testa non era presente del sangue, nemmeno accanto a lei, c'era qualcosa che non andava, non può un proiettile colpire una persona senza far schizzare nemmeno un po' di sangue.
Strano, il delitto può essere avvenuto in un altro luogo, ma allora perché portare il cadavere nella biblioteca, la mente di Willis era piena di pensieri, di ipotesi, ma queste idee dovevano essere provate.
Uscì dalla biblioteca, vide che le persone prima presenti nella stanza erano le stesse, nessuno in meno, bene, chiamò da parte il dottore e gli agenti e disse loro di ispezionare il cadavere, rimuovere la pallottola, scoprire a che pistola appartenesse e scoprire l'ora del delitto e eventuali impronte sui vestiti puliti della donna. Successivamente chiamata la bibliotecaria rientrò nella biblioteca, si sedettero a un tavolo, uno di fronte all'altro e iniziò l'interrogatorio ...
Willis: «Salve, con chi ho il piacere di parlare?»
«Piacere, io sono Susy Stenfer, lavoro come bibliotecaria in questa scuola da dieci anni, conoscevo molto bene Rebecca, eravamo amiche, anzi migliori amiche, e vorrei proprio sapere chi è che l’ha uccisa!»
Willis: «Bene Susy, allora, innanzi tutto mi devi dire quando hai trovato il cadavere e se hai sentito un colpo di pistola prima.»
Susy: «No, non ho sentito niente, la biblioteca è sempre stata silenziosa, ogni mattina verso le sei quando arrivo controllo tutti gli scaffali per vedere se sono ben in ordine, e anche stamattina l'ho fatto e non c'era nessun cadavere, nelle due ore successive c'erano tanti alunni, vengono sempre per prendere i libri che devono studiare, oggi in biblioteca sono passate tante persone, nessuna ha notato il corpo finché sentii un urlo, la signora Stenly, la bidella vide il corpo e io la raggiunsi, era perfettamente pulito per terra, nessuna traccia di sangue.»
W.: «Vediamo da dove può essere entrata la persona che trasportava il cadavere, dunque, sicuramente non dalla porta d'entrata, l'avrebbe visto, ci sono altre porte?»
S.: «Sì, ce ne sono altre due, una è posta a destra, verso metà, guardi è lì, invece l'altra è in fondo, non si vede perché è coperta dall'ultimo scaffale. Mi scusi, ma ora io devo andare a prendere mio figlio, arrivederci.»
W.: «Aspetti un attimo, dov'è suo figlio, perché tanta fretta? »
S.: «Non abbia sospetti su di me, sono di fretta, mio marito va tutti i giorni a prendere nostro figlio ma ieri si è rotto la gamba e non può guidare, mio figlio ogni venerdì va a calcio e se non le dispiace io vado»
W.: «Aspetti, suo figlio non va a scuola? Oggi è venerdì!»
S.: «No, stamattina non aveva tanta voglia e siccome fra due giorni è il suo compleanno preferisco non renderlo triste.»
W.: «E come spiega il fatto che il venerdì quando i ragazzi sono a scuola ci sia una lezione di calcio alle 12? Signora si sieda per favore, non abbiamo finito ho bisogno di informazioni sulla vittima, e poi discutiamo delle sue menzogne.»
Willis era un investigatore molto calmo e intuitivo.
S.: «Ok, mi scuso, non sono menzogne ma faccia come crede, Rebecca era la mia migliore amica, ci conosciamo da vent'anni, abbiamo iniziato a lavorare insieme qui, lei come insegnante io come bibliotecaria, era solare, non odiava nessuno, era un'ottima professoressa, erano due giorni che non veniva a scuola, fino a stamattina però già morta. Sicuramente stamattina probabilmente alle 10 qualcuno l’ha portata qua, è entrato dalla porta che si trova in fondo e l'ha posizionata nello scaffale più vicino all'uscita. In uno di quei cassetti può trovare la lista di persone che oggi sono entrate qui dentro.»
Willis la lasciò fare, non poteva ancora spiegarsi il motivo per il quale subito dopo quella donna scappò ma di sicuro lo scoprirà.
Stressato si accese una sigaretta, senza interessarsi al cartello bianco appeso sul muro che diceva "non fumare", s'incamminò verso la porta in fondo alla biblioteca, la bibliotecaria diceva che una persona era entrata da quella porta; bene, allora l'aveva vista, o forse aveva notato una persona tutta agitata prendere o consegnare un libro e uscire velocemente. Mistero, intanto il suo cellulare vibrò nella tasca dei jeans.
«Pronto chi parla?»
«Sono John del dipartimento, abbiamo scoperto qualcosa, la donna è morta verso le 20 e 30 di giovedì, è stata deposta a terra nella biblioteca molto presto, subito dopo l'entrata degli studenti, che penso sia verso le otto, la donna è stata colpita da una Beretta M9, una pistola semiautomatica, abbastanza facile da trovare, la donna è stata pulita con uno straccio dal sangue trovatosi sulla tempia, l'assassino voleva farla trovare pulita. Abbiamo trovato tre tipi di impronte diverse sul corpo di Rebecca che risalgono a giovedì sera, adesso le stiamo analizzando, le faremo sapere più tardi i nomi.»
«Bene, grazie.»
Willis ragionò, sulla porta in fondo alla biblioteca non c'era nessuna traccia di sangue, l'avrebbe fatta analizzare, aveva il tipo della pistola, aveva tre impronte di tre persone, aveva una bibliotecaria misteriosa e un mucchio di insegnanti che lo aspettavano fuori per parlare, bene, lo aspettava un duro lavoro.
Sarah, l'assistente di Willis, si fece trovare sul posto, lo salutò dolcemente, Sarah è una giovane ragazza di vent'anni dotata di un grande senso intuitivo, è veloce e schietta, solo che non è ancora un'investigatrice ma osservando Willis nel suo lavoro è sicura di diventarlo. Sono ormai cinque anni che lavoravano insieme, Willis sa che la giovane non vuole presentarsi mai sul luogo del delitto insieme a lui perché ha bisogno di ragionare senza vedere, una cosa poco plausibile per risolvere un delitto ma la ragazza è molto convinta di sé.
«Bene ciao Sarah, finalmente sei arrivata, ho bisogno che tu faccia analizzare la porta che si trova in fondo alla biblioteca, devi poi chiamare il dipartimento e farti dire di chi sono le tre impronte sul corpo, buon lavoro, non ce la farei senza di te.»
Sarah silenziosamente si mise al lavoro, sapevano tutti che il vecchio Willis dopo sua moglie si fosse leggermente affezionato a lei ma nessuno osava dirgli niente.
Secondo la cartella che conteneva la vita di Rebecca, diceva che aveva tre figli. Il marito era morto di cancro e lei viveva nel quartiere poco lontano dall'università.
Willis uscì dalla biblioteca e si sedette davanti agli insegnanti presenti in corridoio, appena iniziò a parlare notò che un signore cominciò a sudare, non faceva caldo, anzi, ma quest'uomo probabilmente cinquantenne stava sbiancando piano piano.
Willis lo osservò e facendosi notare da costui si andò a sedere di fianco a lui, lo salutò e gli chiese il nome e il motivo per il quale si stava agitando.
Il signore iniziò a piangere, disse di chiamarsi Brian Worren, era un collega di Rebecca, professore di biologia, confessò di piangere perché Rebecca era una persona molto importante per lui. Il preside si alzò di scatto e urlò: «Ora smettetela di frignare, sarei io che dovrei essere preoccupato, un'insegnante è stata uccisa nella mia scuola, insomma sapete che cosa accadrà se i giornalisti lo vengono a sapere? Abbiamo chiuso, saremo famosi per la scuola insanguinata, quella piena di ragazzi e poi vuota.» Continuando a sbraitare si allontanò e si chiuse alle spalle la porta della presidenza.
Sarah aprì la porta della biblioteca e perplessa disse: «Ho aperto la porta e ho visto che dietro c'è una piccola stradina dove c'è la spazzatura, ho trovato questa, ah, hanno chiamato e le tre impronte sono quelle di Joseph Ronald, Ella Johnson e Mike Firmald.»
Willis si ritrovò tra le mani la pistola insanguinata in un sacchetto di plastica, Sarah era molto intelligente, scovava tutto.
Ma nessuno batteva Willis che si alzò di scatto e entrò nella biblioteca dopo aver detto a Sarah di far trovare le impronte sulla pistola.
Willis era solito rinchiudersi da solo nella stanza della scena del delitto, sedersi accanto allo scotch bianco della polizia e parlare da solo, aveva capito qualcosa, sicuramente aveva capito qualcosa.
Due ore dopo Willis uscì, c'era solo più Sarah ad aspettarlo, tutti gli altri se n'erano andati, erano ormai le 20, i due ritornarono in scooter al dipartimento senza dirsi una parola, Willis non aveva mangiato niente, appena arrivati Sarah lo vide un po' giù, abbastanza pallido, lo obbligò ad andare a cena con lei, dopo aver mangiato, la voglia di continuare a indagare era poca, Willis andò a casa e dopo essersi fumato metà pacchetto di sigarette si addormentò.
La mattina seguente Willis si presentò al dipartimento alle 10 e 27 minuti, più tardi del solito, si fece ripetere tutte le impronte trovare sulla porta, sulla pistola e la lista di insegnanti e alunni di tutta l'università e uscì.
Il giorno dopo l'università era ancora vuota, a causa del delitto, ma gli insegnanti convocati da Willis la sera prima erano presenti e parlavano tra di loro dei propri alunni.
Willis entrò, erano tutti calmi, iniziò a parlare.
«Allora, cari insegnanti, cara Susy e caro preside, sono felice di comunicarvi che so chi è l'assassino, per meglio dire chi è la mente del delitto. Dunque, mercoledì 22 settembre, Rebecca è sparita, giovedì 23 settembre Rebecca muore, venerdì 24 settembre Susy trova il cadavere pulito nella biblioteca, dunque le impronte di questi tre alunni : Joseph Ronald, Ella Johnson e Mike Firmald, sono state trovate sul corpo della vittima e sulla pistola trovata nel cassonetto dietro la porta che si trova alla fine della biblioteca, la porta risulta pulita, la persona che deve aver portato dentro il cadavere è stata astuta a pulire la porta subito dopo, bel colpo. Poi Susy è stata brava a dire tutte quelle menzogne, forse stava nascondendo qualcosa. Rebecca aveva intenzione di lasciare la scuola vero signor preside? Ecco io sono un famoso investigatore, tutti i miei colleghi sanno qual è il mio modo di scoprire l'assassino o come ho detto prima la mente, non dirò niente, vi terrò qui finché la mente del delitto non confesserà, su, so chi è stato, è solo che voglio divertirmi, Signorina Sarah mi faccia venire qui i tre alunni, grazie.»
Verso l'ora di pranzo i tre si presentarono nell'aula, non dissero una parola, la ragazza iniziò a piangere ma Willis non voleva che lei confessasse, voleva che una sola persona gli dicesse tutto. Passarono parecchie ore, fino a quando il preside il signor Jacob Darren si alzò e incominciò a parlare..
«Mi dispiace, non volevo, è solo che lei era una delle mie migliori insegnanti, era brava, faceva divertire i ragazzi e non potevo accettare che lasciasse Yale per andare a insegnare in un'altra università, insomma noi eravamo famosi grazie a lei.»
Willis: «E ucciderla migliorava le cose?»
«Sempre meglio che permettere ad un'altra università di conoscerla, di diventare più famosa, davvero, non volevo»
Willis: «Ok, adesso si calmi e spieghi come l'ha uccisa o meglio come l'ha fatta uccidere».
Jacob: «Non sapevo cosa fare, non volevo finire in galera, così ho convocato tutti gli insegnanti e loro tre e ho detto loro il mio piano. Loro avrebbero rapito Rebecca, l'avrebbero ricattata, se non lasciava la scuola rimaneva viva ma sfortunatamente lei rinunciò così li obbligai ad ucciderla, quella pistola era proprietà della mia famiglia, la tenevamo in casa per difesa però serve anche ad altro. Giovedì sera loro la uccisero, naturalmente obbligai gli insegnanti a tenere la bocca chiusa, e anche Susy ha fatto la sua parte. Ho aumentato lo stipendio a tutti di 500 euro, non avrebbero rifiutato, infatti non lo fecero. Dopo averla uccisa toccava a Susy, doveva posizionare il corpo nella biblioteca, nascondere la pistola e cancellare le tracce. Ecco tutto, non volevo fare del male a nessuno, mi dispiace.»
Willis: «Dicono tutti così ma sa, ha fatto uccidere una persona, lei ha fatto del male»; appena Willis concluse questa frase degli agenti entrarono e arrestarono i tre, il preside, la bibliotecaria e tutti gli insegnanti, che in fondo avevano nascosto la verità.
Ora la loro vita è in mano alla legge, come la vita di Rebecca è stata nelle mani di quei disgraziati.

domenica 30 ottobre 2011

L'agente Harrison e la banda degli Sharks. Episodio 20


Riappacificazione!

Alfred condannato all’ergastolo sperava in una riappacificazione con Tony anche se aveva ancora un po’ di rabbia dentro.

La cella in cui era rinchiuso era piccola, vuota, senza un compagno con cui parlare, con una sola piccola radio da ascoltare.
La noia aleggiava nelle giornate di Alfred, totalmente depresso, conoscendo il suo destino là dentro.
In una calda serata, quando il poliziotto venne a portargli da mangiare, gli consegnò una lettera.
Incuriosito Alfred la aprì con violenza e iniziò a leggere …

LA, 4/11/2011
Caro papà,
eccomi qui a scriverti, lo ammetto, mi manchi.
So che in questo momento mi odi, so bene che forse non arriverai alla fine della lettera, perché prima della decima riga le mie parole non varranno più nulla.
Sto sprecando il mio tempo, lo so, forse appena avrai riconosciuto il tuo cognome sulla busta, l’avrai lanciata tra le sbarre della finestra, senza pensare perché avrei dovuto avere un motivo valido per scriverti.
In effetti, non ne ho uno.
E’ stata la mamma a convincermi, già, proprio lei.
La persona che ha fatto cominciare tutto.
La persona grazie alla quale siamo qua.
Io, per la verità, ho un altro motivo.
Non so cosa mi ha spinto a entrare in quella banda, il fatto di essere qualcuno forse.
Il fatto di essere temuto, cercato, il movimento, l’azione, la paura di essere catturato.
Detto tra di noi, se io non fossi entrato nella banda, il tuo piano avrebbe funzionato.
Non riesco a capire di chi può essere la colpa.
Comunque, mi dispiace, se mi odiassi, non ti biasimerei.
Ti voglio bene.
Tony

giovedì 13 ottobre 2011

Ugo Foscolo (di Teodora Olariu)

Ugo Foscolo è nato a Zante (un’isola del mar Ionio) nel 1778.
Nel 1792 si trasferisce a Venezia. La calata di Napoleone in Italia nel 1796 accende i suoi interessi politici. Ma col trattato di Campoformio, nel quale Napoleone Bonaparte cede Venezia all’Austria, la speranza che i francesi riportino la libertà viene esclusa.
A Milano entra a far parte della redazione di un giornale patriottico: “Il Monitore Italiano”. Trasferitosi a Bologna pubblica il suo romanzo epistolare “Le ultime lettere di Jacopo Ortis”. Nel 1807 pubblica il carme “Dei Sepolcri”, una delle sue opere più famose. Nel 1815 gli viene offerta la direzione di un giornale letterario, però Foscolo dovrebbe giurare fedeltà all’Austria, così rinuncia e va in esilio volontario in Svizzera.
Nel 1816 lascia la Svizzera e si trasferisce a Londra dove incontra la figlia Floriana che lo accudisce fino al giorno della sua morte nel 1827.
I suoi resti sono oggi sepolti nella chiesa di Santa Croce a Firenze.

“Le ultime lettere di Jacopo Ortis” è un romanzo epistolare quasi autobiografico. Infatti Jacopo come Ugo viene deluso da due situazioni: un amore impossibile e il trattato di Campoformio.
Jacopo dopo aver assistito al sacrificio della sua patria si trasferisce sui Colli Euganei dove vive solo, scrivendo lettere a un suo amico.
Un giorno incontra il signor T, padre di Teresa, della quale si innamora, ma lei è già promessa in sposa a Odoardo. Jacopo è sempre più innamorato di Teresa, ma sa che non concluderà mai niente. Jacopo scopre che Teresa non ama il suo promesso sposo, infatti il matrimonio è stato organizzato solo per fini economici.
Una sola volta nel romanzo i due si riescono a baciare, subito dopo Jacopo si ammala. Quando il signor T lo va a trovare Jacopo confessa il suo amore per Teresa. Subito dopo aver scritto una lettera a Teresa e l’ultima all’amico Lorenzo si uccide.

Nel corso della sua vita Ugo Foscolo scrisse tante poesie, fra le quali: “In morte del fratello Giovanni” e “Alla sera”.
“In morte del fratello Giovanni” è una poesia che Foscolo scrisse quando suo fratello morì, infatti nella poesia accenna al fatto che lui non può andare a visitare la tomba del fratello perchè fugge di paese in paese, al suo posto ci va la mamma ormai vecchia e stanca. Anche Ugo ormai stanco di vivere pensa che gli dei gli siano contrari e desidera fare la stessa fine del fratello.
“Alla sera” è una poesia che Ugo scrive dicendo che è il momento del giorno che gli piace di più perchè assomiglia alla morte. Lui pieno di angosce, appena arriva la sera, riesce a calmarsi e dare pace a quello spirito guerriero che c’è dentro di lui. La sera fa andare Foscolo con i pensieri verso la morte.
Secondo me, Ugo Foscolo era troppo pessimista. Se ha ricevuto il dono della vita non c’è bisogno di voler porre fine ad essa.

giovedì 22 settembre 2011

Italia: biografia di una nazione

La storia dello stato italiano si può far cominciare dalla rivoluzione francese, che scoppiò nel 1789. I principi che si diffondono in Europa a seguito della rivoluzione francese sono: libertà dalla monarchia assoluta, uguaglianza dei cittadini, fraternità e il diritto all’indipendenza delle nazioni.

Nel 1796 Napoleone scese in Italia e fondò la repubblica traspadana, la repubblica cispadana e la repubblica cisalpina, nata dall’unione delle prime due. La bandiera della repubblica cisalpina era l’attuale tricolore. Dopo la sconfitta di Napoleone nel 1815 si riunisce il congresso di Vienna e le cose ritornano com’erano prima della rivoluzione. Questo periodo viene chiamato Restaurazione.

L’Italia si divide in cinque stati principali:

  • il regno di Sardegna (Savoia, Torino) 
  • Lombardo - Veneto (Austria) 
  • Gran Ducato di Toscana (Firenze) 
  • Stato Pontificio (Roma) 
  • Regno delle due Sicilie (Borboni, Napoli)
A partire dal 1820 si organizzano in Italia i primi movimenti patriottici del Risorgimento. Gli obiettivi comuni dei patrioti italiani erano l’unità e l’indipendenza. I movimenti più importanti furono la Carboneria e la Giovine Italia fondata da Mazzini.
In seguito si affermarono due progetti fondamentali per l’Italia: la monarchia a suffragio limitato proposta da Cavour e la repubblica democratica proposta da Mazzini.


Nel 1860 ci fu la spedizione dei Mille condotta da Garibaldi. Garibaldi conquistò il Sud Italia e, pur essendo mazziniano, decise di consegnarlo al Piemonte, che aveva sconfitto l’Austria occupando buona parte del Nord. Nel 1861 nasce lo stato italiano sotto il primo re Vittorio Emanuele II. Nel 1870 anche Roma, la futura capitale, viene occupata dalle truppe piemontesi.

I problemi più gravi che l’Italia unita si trovò ad affrontare sono: la povertà dei contadini, l’emigrazione, il brigantaggio e i rapporti con la Chiesa che, privata dei suoi territori, non vuol riconoscere l’esistenza del nuovo stato italiano.

Nel 1912 Giolitti fa approvare il suffragio universale maschile. Ma nel 1922 ci fu la “marcia su Roma” dei fascisti: il fascismo prende il potere e l’Italia per 20 anni vive sotto la dittatura di Mussolini.


Il 25 aprile 1945 i nazifascisti vengono sconfitti dalla Resistenza partigiana. Il 2 giugno 1946 ci fu un referendum per decidere se l’Italia avesse dovuto rimanere una monarchia o diventare una repubblica. Per la prima volta votarono anche le donne.

Vinse la repubblica e il primo gennaio 1948 entrò in vigore la nuova Costituzione della Repubblica Italiana.


domenica 13 marzo 2011

Naty e Malvagio

Introduzione
<< Naty, vieni subito! >> 
Naty è il soprannome di Natasha, una ragazzina di 12 anni; è alta, magra, ha i capelli castani e gli occhi verdi, la bocca carnosa e un piccolo naso all’insù. 
Natasha camminava velocemente a piedi scalzi nel corridoio, sentendo la voce della mamma che la chiamava dalla cucina. 
Aveva un’enorme casa, con più di dieci stanze, quindi scendere le immense scale fino ad arrivare alla cucina era una cosa alquanto difficile e faticosa. 
Naty finalmente arrivò dalla mamma che la informò che i suoi amici la aspettavano fuori per chiederle qualcosa. Naty uscì, salutò felice i suoi amici: Sofia, Carl, Lidia e Jimmy; ormai erano come fratelli, fin da quando erano piccoli giocavano insieme. 
Sofia disse :<< Dai, vuoi venire a giocare a nascondino con noi?? >>. 
Lei rispose :<< Certo, vado solo a mettermi le scarpe, aspettatemi>>.

Rientrò in casa, aprì la scarpiera tutta scassata e tirò fuori i suoi stivaletti di gomma, infine uscì dando un bacio alla mamma e si diresse con gli amici verso il parco. 
Quando arrivarono Carl si mise a contare. 
Sofia e Naty si nascosero insieme sopra un grandissimo vecchio salice. Era davvero un bel nascondiglio, le foglie penzolavano verso il basso coprendole. 

<< Saranno passati già dieci minuti, proviamo a scendere? >> disse Sofia. 
Scendendo Naty schiacciò un ramo che fece cadere un grosso pezzo di albero. 
Con grande stupore, vide che nel pezzo staccato si era aperto un grosso vortice luminoso. 
Naty si avvicinò e allungò una mano, Sofia fece lo stesso. Vennero risucchiate e spedite in un’altra dimensione. 
Sofia avvertiva un grande mal di testa e non distingueva le immagini. Poi, pian piano, riuscì a capire che di fronte a lei c’era una grande quercia, con attaccate ai rami delle ghiande dorate. 
Naty era svenuta. Intorno a Sofia si erano raggruppati migliaia di folletti verdi, grossi come dei topi e con un minuscolo cappellino a punta. 

Naty si alzò tenendosi la testa. Quando si ristabilì esclamò : << Dove siamo finite?? >> 
<< Siete voi, siete voi! >> urlò un piccolo folletto. 
<< Siete voi! Salverete la Quercia Fatata da Malvagio!>> 
<< Chi è Malvagio? >> chiese Sofia. 
<< E’ colui che vuole avere il potere! Vuole distruggere la Quercia Fatata e dominare su Cristallopoli! >> rispose un altro folletto. 
<< Se battiamo Malvagio, potremo tornare a casa?>> chiese Naty. << Certo! Ma non sarà facile… Malvagio è uno spirito e non può essere ucciso, dovrete trovare il libro degli incantesimi custodito dalla Maga Futuria e lì troverete l’incantesimo per ucciderlo, ora noi scompariremo ma vi lasceremo Belinda, una piccola fatina che vi potrà aiutare! >>.

Episodio 1 : la grotta senza fine
Cominciarono a camminare, non sapevano dove andare, ad un tratto Belinda disse: 
<<Care ragazze, il mio nome già lo sapete, sono l’aiutante della regina delle fate, sono qui per dirvi dove andare e per proteggervi dai pericoli del nostro mondo; io non potrò dirvi proprio tutto ma di sicuro vi sarò di grande aiuto, sono un essere magico e possiedo della polverina che potrà farvi volare ma solo per alcuni minuti. Ora dovremmo andare alla “ Grotta Senza Fine” >>. 

Belinda era la più dolce delle fatine, era fatta di una luce brillante che le illuminava le sottili ali azzurrine, aveva lunghi capelli biondi legati con un fiocco di color cristallo, indossava un vestito argentato e delle piccole scarpine d’argento. I suoi grandi occhi erano azzurri, tendevano al verde; erano così luminosi! 
Il cammino era lungo, ma alla fine raggiunsero l’ingresso di questa grotta.

Inciso nella pietra c’era scritto “Grotta Senza Fine: entrerai vivo, ma non potrai più uscire”. Naty e Sofia a questa scritta si fermarono e impaurite dissero a Belinda che non erano sicure di voler entrare, ma lei disse che se non incontravano e distruggevano Malvagio non sarebbero più uscite da quel posto magico. Allora loro entrarono facendo passi lenti, i loro movimenti risuonavano nella grotta buia. 
All’improvviso, si sentirono dei rumori provenienti dal fondo della grotta, era il ruggito di alcuni leoni, le ragazze erano spaventate, Belinda con la luce delle sue ali illuminò la caverna, intorno a loro c’erano cinque leoni che le circondavano, ma non erano dei leoni normali, erano giganti!!! 

Le ragazze cercarono di ideare un piano per sfuggire a quelle bestie feroci. 
Infine decisero che Belinda faceva da esca ai leoni mentre le ragazze sarebbero passate sotto ai leoni distratti. Belinda con alcune luci colorate creò una bellissima leonessa che attrasse molto i leoni: rimasero immobili a guardare l’immagine. 
Nel frattempo Belinda e le ragazze riuscirono a scappare dai leoni. Allora si ritrovarono davanti a tre porte. Belinda spiegò loro che dovevano scegliere una di quelle sale: la prima sala era tutta di lava, la seconda di ghiaccio e la terza d’acqua. 
Le ragazze vollero entrare in quella di ghiaccio. 
Faceva molto freddo in quella sala, le pareti e il pavimento erano di ghiaccio, sulla parete c’erano delle stalattiti appuntite di ghiaccio che penzolavano. 

Belinda disse: 
<< La prova di questa sala è: correre veloci per non essere schiacciate dalla stallatiti >>. 
Allora le ragazze incominciarono a correre, i pezzi si stavano staccando dalla parete, tutto si stava spaccando. Correvano talmente forte che non avevano più fiato ma infine riuscirono a scappare. Erano arrivate alla fine della grotta, uscirono e si misero a fare un pisolino.

Episodio 2: il bosco della morte

<< Brave ragazze, il primo pericolo è superato. Ora, andiamo nel bosco della morte, il nome potrà sembrare spaventoso ma è l’avventura secondo me più semplice, nell’albero d’argento troveremo la sorella della strega Futuria che ci darà qualche consiglio su come trovare Malvagio e sua sorella Futuria che ci darà il libro di magia. Dovete stare attente e guardarvi intorno, nel bosco ci sono tanti animali>> disse Belinda. 


Andando avanti, incontrarono una volpe parlante che disse alle ragazze : << Salve, io sono Furbina, dovete darmi qualcosa da mangiare se no non vi farò passare! >>. 
<<Ma cosa vuoi da mangiare? Noi non abbiamo niente>> disse Naty. 
<< Voglio delle caramelle al cacao >> 
<< Ma le volpi non mangiano caramelle! >> 
<< Io sì, un giorno un ragazzo me le ha fatte assaggiare e mi sono piaciute tanto, allora le hai o no? >> 

<<Sì, in tasca prima di uscire mi sono presa alcune caramelle>> disse Naty. Allora le consegnò alla volpe che tutta felice si rifugiò a mangiare le caramelle. Andando avanti incontrarono dei ricci che erano girati all’incontrario, chiedevano di girarli, alle ragazze fecero pena allora decisero di girarli tutti e andare avanti.

Girati i ricci essi diedero alle ragazze una spada che sarebbe servita per la prova successiva. La prova successiva era di affrontare dei cinghiali, erano proprio davanti alle ragazze, avevano delle zanne enormi, le ragazze si ricordarono della spada e la presero. Con questa ferirono a morte gli animali. Ma Belinda fece una magia che li fece rianimare, allora i cinghiali, avendo dimenticato tutto, ripresero a fare quello che stavano facendo. 

Camminando sempre ancora all’interno del bosco, arrivarono a un albero d’argento. Era l’albero della sorella di Futuria, bussarono sull’albero, ad un certo punto, la porta iniziò ad aprirsi lentamente scricchiolando. Una vecchia signora si appoggiò all’uscio, dicendo : 
<< Siete voi? Potete entrare >>. 
All’apparenza da fuori sembrava un albero ma era un’enorme casa, la vecchia era pallida, magrissima e gobba ma di faccia aveva un bell’aspetto nonostante la sua età. Le fece accomodare in un salotto, dove le porse del té e dei biscotti. Disse: 
<< Mia sorella Futuria si trova nella “ Palude della Speranza” , all’angolo delle Pozioni. Prima dovete andare da lei e poi dovete andare da Malvagio. Voi non lo sapete ma lui ha fatto in modo che le vostre prove siano ancora più difficili, vi accompagno alla porta, andate ora! >>.

Episodio 3: la palude della speranza
Belinda accompagnò le due ragazze alla palude, e disse loro : 
<< Ragazze, siete satte bravissime, siete arrivate alla fine, dovete continuare da sole, io ho finito il mio lavoro, vi regalo della polvere, vi farà volare! Siete in gamba, sono sicura che riuscirete a sconfiggere Malvagio>>. 
Naty e Sofia dissero: 
<< Ma non puoi andartene, non sappiamo come arrivare alla strega Futuria!>> 

<< Sugli alberi sono incise delle frecce, seguitele!>> disse Belinda e sparì nella gelida nebbia. 
Naty e Sofia andavano lente verso la strega, le frecce erano grandi, facili da vedere nonostante la nebbia, continuavano camminando e parlando; parlavano di Malvagio e dei motivi per cui voleva essere il capo di Cristallopoli. 
 Nella palude c’erano tanti angoli, notarono l’angolo delle Pozioni. 
C’era una casa ricoperta d’edera, era umido, dalle finestre si notavano delle ombre, i muri erano pieni di crepe, sembrava che quella casa dovesse cadere da un momento all’altro. 

All’improvviso si vide una luce, vennero trasportate all’interno della casa, dove trovarono una signora paffuta alta e bruttina, il contrario di sua sorella. La strega si presentò alle ragazze, le portò in cucina, dove c’era un grosso pentolone dal quale usciva del fumo, il classico pentolone delle streghe. 
Sul muro c’era un libro d’oro che pian piano iniziava a volare verso il tavolo, posandosi lentamente. 

La strega Futuria iniziò a parlare : 
<< Malvagio non sa che io ho l’incantesimo che può sconfiggerlo, io ai suoi occhi sono invisibile, se mi consegnate la polvere di Belinda io vi darò l’incantesimo, lei sicuramente vi avrà detto che vi servirà per volare ma non è vero, perché serve a me per aprire il libro; Malvagio l’ha pagata per dire questo, lui può fare di tutto! >>. 
Le ragazze credettero a Futuria, loro consegnarono la polvere e la strega diede loro l’incantesimo con la bacchetta per eseguirlo. La casa della strega all’interno è molto colorata, ogni parete aveva un colore diverso, ogni oggetto era diverso dall’altro. 
Le ragazze uscirono, imparando a memoria l’incantesimo nel caso perdessero il foglio. 
Adesso dovevano solo più incontrare Malvagio e sconfiggere quello spirito una volta per tutte. Continuavano a seguire le frecce per arrivare a Malvagio, non sapevano come fosse, se era forte, non sapevano se parlargli o se distruggerlo all’istante, erano impaurite, indecise, non volevano uccidere una persona, erano sicure che dopo se ne sarebbero pentite.

Finale: lo scontro con Malvagio 
Erano davanti al castello di Malvagio. 
Aveva delle torri appuntite, era di un rosso fuoco che faceva male agli occhi. 

Entrarono dentro al castello, subito dietro alla porta c’era lui, Malvagio!! 
Aveva dei grossi occhi neri, volava, era un fantasma tutto bianco, il suo sguardo era gelido. 

Disse: 
<< Salve, vi aspettavo! Voi pensate di sconfiggermi? Non c’è cosa al mondo che mi possa sconfiggere tranne un incantesimo che voi di sicuro non potete avere, io sono più forte!>> 
<<Signor Malvagio, una persona ci ha dato quell’incantesimo quindi potremmo sconfiggerla quando vogliamo ma prima vorremmo sapere perché vuole diventare il capo di Cristallopoli? >> disse Naty. 
<< Voglio diventare il capo perché prima quando ero vivo, ero la persona più buona di questo mondo però nessuno mi aveva mai proposto di diventare padrone assoluto, tutti mi usavano solo perché ero buono e a nessuno importava veramente di me … quando sono morto ho girato per le case sentendo cosa la gente pensava di me: per questo sono diventato così! Come fate ad avere l’incantesimo? Vi prego non eliminatemi!>> rispose Malvagio. 
Le ragazze decisero di buttare l’incantesimo a patto che Malvagio ritornasse buono e continuasse ad aiutare la gente. 
Da quel giorno non si chiamò più Malvagio ma Buonino. 
Le ragazze vennero ritrasportate nel loro mondo allo stesso momento in cui erano sparite, come se non fosse successo nulla.
Teodora Olariu